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Capo Colonna

... noto nell'antichità come Capo Lacinio, questo territorio era stato donato ad Hera da Teti, madre di Achille. In esso tutto cresceva rigoglioso e spontaneo come una sorta di giardino delle delizie. Chi scriveva con un ferro il suo nome su una tegola del tempio, questo scompariva nel momento della sua morte...

Storia e fama del santuario nell'antichità

La storia del santuario di Capo Colonna è legata alla storia della colonia greca di Kroton, l'odierna Crotone, fondata alla fine dell'VIII secolo a.C. (708 a.C.) da un gruppo di Achei guidati da Miscello, il quale ricevette l'ordine dall'oracolo di Delfi di fondare una colonia presso il fiume Esaro, tra il Capo Lacinio e la sacra Crimisa. E al Capo Lacinio fu posto il santuario più importante della città, dedicato ad Hera.

Il Capo era noto nell'antichità come Capo Lacinio, la stessa dea ne prese l'appellativo di Lacinia. In età moderna veniva chiamato Capo Nao, da naòs = tempio. Oggi è detto Capo Colonna, da ciò che rimane dell'antico edificio sacro. L'immagine della colonna isolata, che si staglia sull'azzurro del mare che si confonde col cielo, unica supertiste di una costruzione possente, evocatrice di un passato glorioso, suscitava, e suscita, nel visitatore emozioni irripetibili…

Tradizioni mitiche
Il promontorio è stato teatro di numerosi avvenimenti mitici. Qui si era fermato Eracle di ritorno dalla Spagna con i buoi sottratti a Gerione che, nel subire un tentativo di furto delle mandrie da parte di Lakinios, lo uccise, ed assieme a questi, per errore, ferì a morte anche il figlio Kroton, eponimo della città che lì sarebbe stata fondata.
Secondo un altro mito, questo territorio era stato donato ad Hera da Teti, madre di Achille. Era un sito particolare, dove tutto cresceva rigoglioso e spontaneo come una sorta di giardino delle delizie.
E ancora la tradizione racconta che Menelao, costeggiando questi luoghi, aveva assistito alla celebrazione di un culto eroico con riti che ricordavano la morte di Achille, proprio sul promontorio del Lacinio, dove donne abbigliate a lutto piangevano il celebre eroe.

Una tappa del Grand Tour !

Numerosi furono i viaggiatori stranieri che visitarono il sito nel XVIII e XIX secolo, tra cui il Riedesel ed il Saint-Non. Ad essi e al Tommasini si devono le notizie più precise e le prime misurazioni. Alla fine dell'800 anche François Lenormand visita questi luoghi; e poi gli inglesi Edward Hutton e George Gissins di cui restano i resoconti di viaggio.

Caratteristiche del culto

Attraverso le fonti antiche ed i rinvenimenti archeologici delle offerte votive è stato possibile identificare le connotazioni della dea del Lacinio.

Nella mitologia greca Hera è la più importante tra le dee, moglie di Zeus e madre di dei ed eroi, essa è la protettrice principale della donna e di tutti gli aspetti della vita femminile: dal matrimonio alla procreazione, al parto, alla nutrizione della prole. Nel santuario di Capo Colonna essa è anche signora della natura e protettrice degli animali (potnia theron).
La tradizione antica riteneva il Lacinio una sorta di Eden, dove mandrie di animali sacri di ogni specie pascolavano senza pastore in un rigoglioso bosco-giardino, ritirandosi la sera nelle stalle, senza temere offesa da alcuno. Hera protegge la navigazione, che nel promontorio trovava un riferimento essenziale per il cabotaggio nel golfo di Taranto. Si pensi alle varie testimonianze che vanno dal Periplo dello Pseudo Scilace, all'Eneide di Virgilio, fino ad un portolano greco del XVI secolo.

Ma è soprattutto liberatrice (eleuthèria), come indicano un cippo in calcare ed un frammento di sostegno in marmo. Questo santuario infatti, era luogo di riparo e di asilo come lo erano i santuari di Hera a Samo e ad Argo, famosissimi nell'antichità. Al Lacinio sono stati trovati frammenti di tabelle di bronzo, dedicate alla dea, che attestano la ritrovata libertà di prigionieri e schiavi.

Secondo un'altra fonte, la dea del Lacinio è anche “colei che porta le armi” (hoplosmia), quindi avrebbe anche un aspetto guerriero.

Dai rinvenimenti di figurine femminili di terracotta con le mani portate ai seni, ( immagine ) si ricava la dimensione di Hera “nutrice dei bambini” (kourotrophos) e più in generale di colei che controlla i riti di passaggio dallo stato di fanciulla a quello di donna.
Infine assai famose erano le feste annuali in onore della dea, che radunavano sul promontorio tutti gli italioti venuti dalle varie città della Magna Grecia.

Offerte straordinarie, personaggi famosi e prodigi:
Molti personaggi del mito e della storia offrirono nel tempio di Hera Lacinia i propri doni.
Tra i più famosi ricordiamo: Enea, che vi dedicò una coppa di bronzo (phiale) recante il proprio nome nell'iscrizione dedicatoria, ed Alcistene di Sibari, il cui manto, intessuto con fregi d'oro e raffigurazioni di divinità olimpiche, ed offerto ad Hera alla fine del VI secolo a.C., fu preso da Dioniso I nel 378 a.C. per poi essere da lui rivenduto ai Cartaginesi nel 374 a.C per l'esorbitante cifra di 120 talenti.
Nei versi della poetessa Nosside di Locri si ricorda il dono fatto alla dea dalla giovane crotoniate Theophilìs, che le offrì una veste di bisso, un lino finissimo, come era in uso fare tra le nobildonne della città.
Lo stesso Pitagora consigliava di offrire alla dea le vesti più belle e lussuose.
Zeusi, pittore famosissimo e richiestissimo, che girava nell'Atene del V secolo a.C con il proprio nome intessuto in oro sulla veste, dipinse nel santuario del Lacinio le storie di Elena di Troia, prendendo come modelle le più belle fanciulle di Crotone.
Tra il VI e il V secolo a.C. gli atleti di Crotone ricevettero grandi riconoscimenti durante le gare che si svolgevano ad Olimpia a partire dal 776 a.C., tra questi ricordiamo Milone e Astilo, le cui statue si trovavano ad Olimpia e al Lacinio.

Milone (Louvre, Parigi)

Milone fu anche sacerdote di Hera e stratego durante la battaglia del 510 presso il fiume Traente contro i Sibariti, in cui, vestito con la leonté ed armato con la clava, come Eracle, condusse i Crotoniati alla vittoria.
Dal santuario di Hera Lacinia passò anche Annibale, nell'estate del 205 a.C., prima di fare ritorno in Africa per fronteggiare Scipione. Qui egli commise due atti empi: fece uccidere gli Italici che non volevano seguirlo in Africa e che si erano rifugiati supplici nel tempio e tentò di impossessarsi di una colonna del tempio fatta completamente di oro massiccio, frutto dei ricavi dell'allevamento del bestiame. Ma dopo averne verificato la consistenza, prelevandone un pezzo, fu dissuaso dalla stessa Hera che in sogno lo minacciò di fargli perdere l'unico occhio rimastogli. Cosicchè Annibale rinunciò all'impresa e con l'oro trapanato fece fabbricare una piccola vacca (bucula) che pose sulla colonna come offerta alla dea. Prima di ripartire, il cartaginese fece incidere nel bronzo le proprie imprese (res gestae) in lingua punica e greca.

Il santuario era noto anche per altri prodigi. Lo storico Tito Livio narra che la cenere dell'altare del tempio non si sollevava né si disperdeva nonostante i forti venti a cui essa era esposta; riporta inoltre che se una persona scriveva il proprio nome con il ferro su una tegola del tempio, questo scompariva alla morte dello stesso.