Il Santuario di Marasà
Si entra così nella città antica... e al visitatore si apre la suggestiva vista del santuario di Marasà, il più famoso di Locri Epizefiri, dove sono visibili i resti monumentali del tempio e di alcuni altari.
Situato nella parte pianeggiante della città, immediatamente all'interno delle mura urbane, il santuario di Marasà, il più importante della polis di Locri Epizefiri, offre un immagine assai completa di un santuario greco, con l'altare e il tempio inseriti in un ampio terreno sacro (témenos).

I primi scavi furono effettuati nel 1889-90 da una missione italo-tedesca guidata da P. Orsi e da E. Petersen., furono poi ripresi nel 1955-57 da A. De Franciscis, che mise in luce l'altare e altre parti del santuario. Non si conosce con certezza la divinità venerata nel santuario anche se l'ipotesi più accreditata sembra essere quella di Afrodite. L'area era già frequentata dalla inizio del VII sec. a.C., ma è difficile sapere con precisione l'inizio dell'utilizzo dell'area come santuario.
La più antica delle tre fasi costruttive risale alla fine del VII – inizio VI sec. a.C., è composta da una semplice cella, che, nella metà del VI sec. a.C., viene circondata da una peristasi, composta da 6 x 14 colonne doriche (m 17 x 35,50 ca.), a queste fasi sono da riferirsi alcuni altari nell'area del santuario.

I resti più imponenti, tuttora visibili, si riferiscono all'ultima fase di 480-470 a.C., quando venne completamente demolito il tempio arcaico e venne costrito un imponente tempio di ordine ionico (6 x 17 colonne) di m. 45,5 x 19,8. Nel santuario viene edificata anche una stoà , un porticato per riparare i fedeli, addossato alle mura della città. A questa fase appartiene anche un grande altare ad est del tempio e le famose statue dei Dioscuri, conservate al Museo di Reggio Calabria.
Il Tempio arcaico:
Prima fase
Il tempio arcaico di Marasà, nella sua prima fase, costituita da una semplice cella senza colonnato circostante, è uno dei più antichi templi messi in luce in Magna Grecia.
L'edificio, datato intorno alla fine del VII o al principio del VI secolo a.C. è costituito da un oikos , cioè una cella allungata (m. 22 x 8 circa) preceduta da un ambiente, il pronao, aperto verso Est forse con un sostegno centrale fra le due ante laterali. La cella era divisa in due navate da una fila di sostegni sull'asse longitudinale, destinati a reggere il trave di colmo del tetto. Le strutture delle assise inferiori dell'edificio erano realizzate in blocchi di arenaria giallastra.
E' probabile che l'elevato dei muri della cella fosse realizzato in mattone crudo, protetto e decorato da grandi lastre in terracotta dipinte con motivi a meandro, in nero. A questa fase del santuario appartengono anche alcuni basamenti di varie dimensioni, realizzati in blocchi di arenaria: i due situati ad Est del tempio sono interpretabili come altari, mentre quelli a Sud dell'edificio forse erano destinati a sostenere offerte votive.
L'orientamento del tempio arcaico è sensibilmente diverso rispetto a quello degli altari e delle basi ad esso relative, forse per ragioni sacrali; i due orientamenti sono dunque presenti fin dalla prima fase di vita del santuario.

Seconda Fase
Verso la metà del VI secolo a.C. il tempio arcaico venne radicalmente trasformato: la cella della prima fase fu rinforzata e circondata da un colonnato, la peristasi , che comportò il totale rifacimento del tetto. Gli spigoli esterni della cella furono rivestiti da lastre di calcare che formavano la base di grosse lesene sporgenti.
All'interno della cella fu rinnovato il colonnato centrale; vennero posate cinque basi in calcare per sostenere colonne in legno che sostenevano la trave di colmo del tetto, dividendo la cella in due navate. L'elevato della cella rimase probabilmente in mattone crudo.
La peristasi che circondava la cella (m 17 x 35,50 circa, con un rapporto di 1:2 tra larghezza e lunghezza) aveva fondazioni in calcare e colonne in legno, probabilmente 6 sui lati brevi e 14, ravvicinate, sui lati lunghi dell'edificio. Risulta, quindi, particolarmente ampio lo spazio tra il colonnato e i muri della cella, fornendo così una delle più antiche testimonianze del gusto per l'articolazione dello spazio interno della peristasi, caratteristico dell'architettura templare della Magna Grecia.
Nell'ampio spazio tra il muro di fondo della cella e il lato occidentale della peristasi vi è il basamento in calcare per una fila di quattro colonne; un'analoga fila doveva trovarsi sul lato opposto, tra il pronao e la peristasi orientale. Sopra il colonnato ligneo erano poggiati l'architrave, il fregio e la cornice, anch'essi in legno, rivestiti da terrecotte architettoniche vivacemente policrome, con geison e sima realizzati in unico pezzo, come in altri edifici arcaici della Sicilia.

Il Tempio Ionico
Nella prima metà del V secolo a.C. i Locresi decisero di abbattere il tempio arcaico e di sostituirlo con un tempio più grande, di ordine ionico, interamente costruito in un calcare chiaro, omogeneo e compatto, che si ritiene importato da Siracusa. Il tempio di Marasà fu a lungo ritenuto l'unico di ordine ionico nell'Occidente greco. Oggi se ne conoscono altri, tra cui quello di Siracusa, alla cui esperienza costruttiva si riconduce il tempio di Marasà.
G. Gullini attribuisce quest'ultimo ad architetti e maestranze siracusane che avrebbero operato a Locri intorno al 475-470 a.C. su iniziativa del tiranno di Siracusa Ierone, alleato e protettore dei Locresi, che avrebbe facilitato il trasporto per mare dei blocchi di calcare da Siracusa a Locri.

Il tempio ionico di Marasà si inserisce dunque nella tradizione costruttiva sviluppatasi nell'isola di Samo, uno dei maggiori centri di elaborazione dell'architettura ionica della madrepatria, filtrata attraverso l'esperienza del tempio ionico di Siracusa. Il tempio ionico locrese mantenne la stessa ubicazione del tempio arcaico e si sovrappose ai suoi resti, mutando però l'orientamento, che fu uniformato a quello degli altari arcaici. Anche questi ultimi, nel V sec. a.C., vennero sostituiti da un grande altare in calcare chiaro e omogeneo.
Dopo le distruzioni ottocentesche, del tempio ionico si conserva oggi soltanto la parte occidentale del basamento.
E' tuttavia possibile ricostruire la pianta dell'edificio, assai più lungo del tempio arcaico (m 45,5 x 19,8, con un rapporto pari a 1:2.5). La cella, completamente libera da sostegni sull'asse centrale, era preceduta da un pronao con due colonne fra le ante, che si ripetono anche fra le ante dell' opistodomo , il vano retrostante la cella, non comunicante con questa. Nello spessore dei muri tra pronao e cella erano inserite le scale di servizio per accedere al tetto, come in alcuni templi agrigentini.

Al centro della cella, tre grandi lastre di calcare infisse verticalmente nel terreno rivestivano un bothros , cioè una fossa posta sotto il livello del pavimento che doveva avere una notevole importanza per il culto . Alcuni eminenti studiosi ritengono che una celebre scultura in marmo, rinvenuta nel secolo scorso a Roma nei Giardini Ludovisi, conservata al Museo Nazionale Romano, che sulla base di considerazioni stilistiche, soprattutto per l'analogia con i pinakes locresi, è ritenuta un'opera prodotta a Locri intorno al 470-450 a.C., il cosiddetto "Trono Ludovisi", fosse il rivestimento del parapetto di questo bothros. mettendo il relazione la scena centrale del rilievo con l'uso dello stesso per azioni rituali che riproducessero simbolicamente la mitica emersione della divinità. G.Gullini, invece, pensa che il "Trono Ludovisi" fosse il rivestimento di uno dei lati brevi del grande altare di Marasà.

La cella era circondata da un colonnato con 17 colonne ioniche sui lati lunghi e forse 6 sulla fronte. Il rocchio inferiore di una colonna, con la sua base, è l'unico elemento dell'elevato oggi ricollocato sul basamento del tempio, ma altri frammenti delle colonne e dei capitelli, conservati per lo più nel Museo di Reggio Calabria, permettono di calcolare in circa 12 m l'altezza complessiva della colonna, con base e capitello ionico a volute. L'epistilio, con architrave e fascia con dentelli in sostituzione del fregio, non era molto sviluppato in altezza, così come i frontoni, dall'inclinazione assai poco accentuata.
L'eccezionale sviluppo verticale del tempio ionico di Marasà (il rapporto tra larghezza e lunghezza della fronte è di circa 1:1), assai più accentuato rispetto a quello dei contemporanei templi di ordine dorico, faceva sì che esso emergesse fortemente rispetto agli altri edifici cittadini, generalmente costituiti dal solo piano terreno, e quindi fosse visibile da lontano in tutta l'area urbana di Locri Epizefiri.
Appartengono alla decorazione della fronte occidentale del tempio le due statue in marmo raffiguranti i Dioscuri, databili tra la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C.
